Dal 2002 al 2024, oltre 630mila cittadini pugliesi hanno lasciato la regione, un numero che equivale alla somma degli abitanti di Taranto, Foggia, Lecce e Brindisi. A riportare il dato è la CGIL Puglia, per voce della segretaria generale Gigia Bucci, che commenta i risultati del bilancio demografico diffuso dall’Istat.

Secondo il sindacato, negli ultimi 22 anni 573.571 pugliesi hanno trasferito la propria residenza in altre regioni italiane, con una media annuale di circa 26mila partenze. Altri 118.796 hanno invece scelto di emigrare all’estero. Solo nel 2023 si sono registrate 8.844 cancellazioni per espatrio.

“Si parte alla ricerca di occupazione stabile, coerente con il proprio percorso formativo e con salari dignitosi”, spiega Bucci, sottolineando come il lavoro precario e sottopagato rappresenti un freno non solo all’autonomia economica, ma anche alla possibilità per molte giovani coppie di pianificare una famiglia. “Il saldo naturale è drammaticamente negativo. Senza interventi strutturali il rischio è quello di un impoverimento crescente e della desertificazione sociale”.

La CGIL propone un cambio di passo: “Occorre riaffermare il valore costituzionale del lavoro, che deve garantire una vita dignitosa. Basta con la precarietà, con salari che non permettono di vivere anche a chi lavora, con violazioni contrattuali accettate per necessità e a discapito della sicurezza”.

Il sindacato invita inoltre a sostenere i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza in programma l’8 e 9 giugno, per abrogare norme considerate discriminatorie: “Non è accettabile che diritti e tutele cambino sulla base del contratto o dell’anno di assunzione”.

Infine, la CGIL lancia un appello alla tutela del sistema produttivo del Mezzogiorno, in particolare della Puglia: “Non possiamo permettere che si smantellino asset industriali strategici. Servono investimenti per costruire filiere innovative e occupazione specializzata. Solo così potremo fermare l’emorragia giovanile e contrastare il declino sociale ed economico”.

“Allarmarsi per i dati demografici senza intervenire sul lavoro è pura ipocrisia. Servono politiche che mettano al centro buona occupazione e buoni salari”, conclude Bucci.